Il latte preferito dalle mamme

Parto indotto: quando e come si fa

11 Settembre 2019

  • Guida alla Gravidanza

Il parto indotto, o induzione del travaglio, è la stimolazione delle contrazioni uterine, a fine gravidanza, prima che il travaglio inizi, per riuscire ad ottenere un parto naturale. Si ricorre a questo tipo di soluzione soprattutto quando il parto, superate le 39 settimane di gestazione, non si avvia da solo e c’è preoccupazione per la salute della madre o del bambino.

Quando si fa il parto indotto

Per determinare se sia necessaria o meno l’induzione del travaglio a fine gestazione, il medico valuterà diversi fattori, tra cui le condizioni di salute della mamma e del bambino, l’età gestazionale, il peso e le dimensioni del feto, la sua posizione all’interno dell’utero e lo stato della cervice.

Condizioni particolari che possono indurre il ginecologo a ricorrere al parto indotto sono:

  • Ritardo nell’avvio del parto naturale oltre le 39/40 settimane di gestazione;
  • Rottura prematura delle membrane;
  • Distacco placentare totale o parziale che si manifesta di solito con una copiosa emorragia (scopri qui “Cos’è il distacco di placenta e come prevenirlo”);
  • Corionamnionite, un’infezione del liquido amniotico dovuta all’ingresso di batteri;
  • Limitazione o interruzione della crescita fetale (in genere, l’induzione del parto viene richiesta quanto il peso stimato del bambino è inferiore del 10 per cento rispetto a quello atteso);
  • Oligoidramnios, vale a dire quando in utero non c’è abbastanza liquido amniotico per garantire il normale sviluppo del bambino:
  • Diabete gestazionale o preecampsia, complicazione della gravidanza caratterizzata da ipertensione e talvolta da danni al corretto funzionamento di alcuni organi come i reni (leggi il nostro articolo “Diabete gestazionale e preeclampsia: sintomi dei più gravi disturbi in gravidanza” per saperne di più);
  • Alcune patologie presenti già in partenza nella gestante come ad esempio l’obesità.

In alcuni casi, come ad esempio quando ci sono segni di sofferenza fetale, l’induzione del travaglio può avvenire prima del termine della gestazione; in genere però, in assenza di condizioni particolarmente critiche, si preferisce attendere il termine naturale della gravidanza (39 settimane).

Come si fa l’induzione del travaglio

La prima cosa da dire è che il parto indotto può essere effettuato solo in un ospedale o in clinica sotto continuo controllo medico.

Il tempo necessario per iniziare il travaglio dipende dalla maturità della cervice quando inizia l’induzione, dalle tecniche di induzione utilizzate e dal modo in cui il corpo risponde a esse.

Se la cervice ha bisogno di tempo per maturare, potrebbero volerci giorni prima che il travaglio inizi. Se hai semplicemente bisogno di una piccola spinta, potresti invece riuscire a tenere il tuo bambino tra le braccia nel giro di poche ore.

Ecco alcune delle tecniche di parto indotto maggiormente utilizzate.

Maturazione della cervice

Una delle tecniche utilizzate per far scatenare il parto consiste nel somministrare alla gestante delle prostaglandine allo scopo di far assottigliare o ammorbidire la cervice.

In alternativa, per raggiungere lo stesso risultato, è possibile anche inserire sull’estremità dell’utero un piccolo tubo (catetere) con un palloncino gonfiabile pieno di soluzione salina.

Rottura del sacco amniotico

Con questa tecnica, nota anche come amniotomia o rottura delle membrane, il tuo medico farà una piccola apertura nel sacco amniotico con un gancio di plastica.

La frequenza cardiaca del bambino verrà monitorata durante tutta la procedura per escludere eventuali complicazioni.

Somministrazione di ossitocina

La somministrazione di ossitocina per via endovenosa è in grado di stimolare l’avvio del parto in quanto provoca la contrazione dell’utero.

Rischi del parto indotto

Per quanto si tratti di una prassi abbastanza consolidata, l’induzione del travaglio può comportare alcuni rischi, tra cui:

  • Fallimento dell’induzione: solo il 75% delle madri, una volta indotto il parto, riesce a far nascere il proprio bambino naturalmente; il 25% dovrà invece ricorrere ad un cesareo;
  • Sofferenza fetale: i farmaci usati per indurre il travaglio, l’ossitocina o la prostaglandina, possono causare contrazioni anomale o eccessive, fattore che può a sua volta ridurre l’apporto di ossigeno del bambino e/o abbassare la sua frequenza cardiaca;
  • Infezione: alcuni metodi di induzione del travaglio, come la rottura delle membrane, possono aumentare il rischio di infezione sia per la madre che per il bambino;
  • Rottura uterina: si tratta di una complicazione abbastanza rara ma grave che riguarda soprattutto le donne che hanno avuto un precedente taglio cesareo; consiste nella rottura della membrana uterina lungo la linea della cicatrice. In questo caso, è necessario ricorrere ad un cesareo di emergenza per prevenire complicazioni potenzialmente letali, fra cui la rimozione dell’utero.

Bisogna anche aggiungere che il ricorso al parto indotto potrebbe non essere possibile nel caso la futura mamma avesse già avuto un taglio cesareo in un parto precedente, oppure avesse contratto un’infezione da herpes genitale, condizione per cui è di solito preferibile ricorrere al cesareo. Anche la posizione podalica del bambino rappresenta una condizione incompatibile col parto indotto.


COMMENTA L'ARTICOLO